martedì 18 luglio 2017

NON PRIMA VISIONE

Protagonista di Lisbon Story di Wim Wenders, Friedrich è un inquieto regista. Tormentato da dubbi sullo statuto del linguaggio cinematografico, si rifugia a Lisbona. Ha un sogno: azzerare la storia del cinema, ritornando alla lezione di Dziga Vertov. Per reagire alla corruzione determinata dalla televisione e dalla pubblicità, Friedrich si dedica a un film impossibile. Addio regia, addio montaggio. Ricorre a uno stratagemma alla Man Ray: senza mai guardare nel mirino della cinepresa, prova a fermare sulla pellicola ciò che Lisbona involontariamente produce ogni attimo. La sua rivoluzione: "immagini non guardate, riprese alle spalle". Perché "un’immagine che non è stata vista non può svendere nulla, è pura, vera, meravigliosa, innocente". E tale resta finché non viene catturata.
Phillip Winter riceve una cartolina da Lisbona: l'amico regista Friedrich lo invita come tecnico della sonorizzazione per il suo film. Ma giunto in città non ha notizie dell'amico perso a raccogliere le sue immagini. Dopo qualche giorno passato nella sua casa, trova del materiale girato e inizia a lavorarci. Gira per la città a cercare suoni. E sul suono, il lavoro di Phillip, in un vortice metaforico-teorico pazzesco: musicare immagini girate "mute" con una vecchia cinepresa degli anni Venti. Phillip non si perde nel pasticcio teorico del suo amico regista e vagabonda per la città alla ricerca dei rumori "assenti" nelle immagini registrate da Friedrich. E nella splendida scena dell'incontro con i Madredeus che possiamo vedere la "lezione" del cineasta di Düsseldorf. La dolce melodia proviene da lontano e Phillip la insegue per i corridoi fino in una stanza spoglia, dove il gruppo sta suonando Guitarra. Winter la ascolta, affascinato. Splendidamente Wenders non taglia o dissolve la canzone, ma ce la restituisce nella sua interezza, meraviglioso atto di devozione e al contempo di rispetto per la musica, in un'epoca dove il frammento regna sovrano.
Tutto il film è costruito sull'assenza. Sull'assenza di Friedrich, su quella del suono nelle immagini da lui girate. «Io ascolto senza guardare e così vedo» scrive Pessoa e Wenders aggiunge: «Lo scopo di questo film è stato quello di dimostrare che i suoni aiutano a vedere le cose in modo diverso».


Per chi ama i libri e i film consiglio questo sito trovato casualmente per la citazione di Pessoa


LIBRINEIFILM



Alcune fonti da Ilgiorno

sabato 1 luglio 2017

LUGLIO


John Singer Sargent  -   Madame X   -  1884

Lei è Madame X, altera e sublimemente chic nel lungo fourreau di velluto nero. La sua figura slanciata troneggia dentro una fastosa cornice dorata in una sala dedicata all' arte americana al Metropolitan di New York. E' il quadro più famoso di John Sargent, ed è una delle poche immagini innalzate al livello di icona di un' epoca. Madame X è la Belle Epoque. Al mistero di Madame X, dell' identità della sua finora ignota modella e dei complessi rapporti che la legarono al pittore e allo stesso quadro, è dedicato un affascinante libro uscito negli Stati Uniti e recentemente in Inghilterra (Deborah Davies, Strapless, Sutton Publishing). Questo quadro rappresentò per Sargent l' opera che lui stesso considerava il proprio capolavoro, non volle disfarsene per decenni, portandolo con sé negli spostamenti da un continente all' altro che la sua scintillante e fortunata carriera esigeva. Poi un giorno accettò di venderlo al Met. Ormai madame X era morta. Ma chi era madame X? Come in un racconto di Conan Doyle la ricerca, che ha portato a svelarne il segreto, nasce da un particolare piccolissimo, una spallina ricamata. Già alcuni anni or sono qualcuno aveva notato una singolare differenza tra le foto del quadro fatte all' epoca della sua prima esposizione al Salon parigino del 1884, e il quadro come è adesso. Nella prima versione, la posa impossibile che il pittore aveva imposto alla modella, puntellata con il braccio su un tavolo appena troppo basso, aveva causato la calata della spallina ingioiellata dell' abito da sera. Per altro, quella lieve sottolineatura orizzontale forniva all' intera composizione un equilibrio perfetto e un senso vivace di movimento. Oggi il décolleté abissale di madame X è solidamente ancorato da entrambe le spalline e quel fugace senso di movimento e spontaneità non c' è più. Non solo, la Tate Gallery di Londra possiede una replica dello stesso quadro, non del tutto finita e qui la spallina non c' è proprio, né su, né giù. Tutto questo ha portato la Davies a indagare sulla storia del ritratto, scoprendo grazie a lettere, articoli di giornale, fatture e vignette uno spaccato straordinario della vita parigina alla fine dell' Ottocento. Madame X si chiamava in realtà Virginie Amélie Avegno, ed era sposata ad un Monsieur Pierre Gautreau. Amélie, così si faceva chiamare, era una ricca ereditiera di New Orleans. Lì avrebbe dovuto, secondo le strategie materne, trovare un marito ricco, cosa che puntualmente a tempo debito si avverò. Era considerata una bellezza folgorante malgrado lineamenti che a noi potrebbero sembrare eccessivamente marcati. Il naso lunghissimo degli Avegno, le narici dilatate, i capelli rosso rame ne facevano una figura che difficilmente passava inosservata. Fu nei primi anni Ottanta la femme à la mode dei salotti parigini. I pittori che noi chiamiamo pompiers spasimavano dalla voglia di farle il ritratto, ma Madame Gautreau si ritraeva con fermezza. Il suo ritratto, quando sarebbe stato, doveva fare sensazione. Alla fine la bella incaricò il suo connazionale di farle questo famoso ritratto. Fu un' operazione lunghissima e sofferta, a quanto pare il solo particolare su cui si trovarono immediatamente d' accordo fu l' abito, il famoso fourreau nero con la scollatura vertiginosa e le spalline ingioiellate. Con sadismo evidente il pittore inchiodò la modella capricciosa e impaziente in una delle pose più scomode della storia dell' arte: sbilanciata e ondulante, il profilo alto, il collo teso. Impiegò un tempo lunghissimo e una straordinaria scienza dell' uso dei colori per rendere quella famosa carnagione color glicine, i capelli e le piccole orecchie purpuree, le mani grassocce e rapaci che stringono il tessuto sontuoso. Il personaggio c' è tutto, ma fu subito evidente che in quel ritratto c' era molto di più. Quando finalmente fu esposto al Salon successe un pandemonio. La spallina caduta fu considerata un simbolo di lussuria, la riconoscibilissima modella una donna perduta. Quello che si dice un successo provocato dallo scandalo. Amélie, che pure aveva fino ad allora valutato il quadro un capolavoro, in lacrime dovette scomparire dalla scena mondana per mesi. Sargent partì amareggiato per Londra portandosi dietro il ritratto che i Gautreau non vollero né pagare né possedere. Ma prima corresse l' inclinazione della spallina dello scandalo. Passarono molti anni prima che Amélie capisse che aveva perso una occasione unica. 

fonte B. Briganti